Montalbano, attento ai personaggi caricatura


Recensione della nuova serie Il commissario Montalbano, in onda su Rai1 con Luca Zingaretti


C’è qualcosa di differente in questa nuova serie de Il Commissario Montalbano. E non parliamo della  maggiore sensibilità del poliziotto, interpretato da Luca Zingaretti, verso la bellezza femminile, o della sceneggiatura delle singole storie che procede a ritmi più lenti, quasi risentisse del caldo sole siciliano e della tendenza a vivere in maniera meno frenetica. Non  parliamo neppure della singolare presenza di Andrea Camilleri all’inizio di ogni puntata.

 Il quid che distingue questa serie da tutte le altre precedenti è la maggiore concessione al racconto televisivo, rispetto a quello letterario che ha sempre contraddistinto le storie de Il Commissario Montalbano. La stessa preziosa regia di Alberto Sironi, che firma la serie fin dalla prima puntata datata 6 maggio 1999, si adagia su elementi che tendono a privilegiare le esigenze del piccolo schermo.

Tutto ciò è evidente innanzitutto nella caratterizzazione dei personaggi. I protagonisti questa volta sono maggiormente caricati, sia negli atteggiamenti che nel linguaggio. Catarella, ad esempio, appare come una vera e propria macchietta inserita nel contesto per destare l’ilarità, tra l’altro non richiesta, del pubblico adorante. Non dimentichiamo che Catarella è pur sempre un poliziotto per il quale l’ignoranza verbale di cui fa ostentatamente sfoggio, sarebbe una grave mancanza. Nessuno, in un commissariato sopporterebbe un personaggio simile, lo riterrebbero lesivo della stessa dignità dei poliziotti. Infatti storpiare i nomi, le frasi, la lingua italiana assume un significato alienante, che a lungo andare sfocia nel fastidio. Concediamo all’attore che impersona Catarella, Angelo Russo, di sapersi calar bene nel personaggio. Ma, per favore, non si spinga all’ esagerazione.

Anche gli altri personaggi di contorno appaiono troppo “sicilianizzati” nel linguaggio. Al punto che spesso non si comprende quel che dicono, il dialetto è talmente stretto e incomprensibile da far desiderare la presenza di un interprete che possa tradurre dal “montalbanese” all’italiano. E non ci riferiamo al dialetto di Andrea Camilleri  al quale lo scrittore ha abituato il lettore. Questo dialetto è divenuto parte integrante dei romanzi e, finora, protagonista principale di ogni singolo passaggio della sceneggiatura.

La sensazione è l’aver troppo caricato su questi ingredienti per ottenere un risultato più appetibile dal punto di vista televisivo. E davvero non se ne sentiva il bisogno, perchè il Camileri letterario è già completo e la trasposizione televisiva è sempre stata fedele ai romanzi. Insomma sembra quasi che si sia voluto strafare.

Detto ciò, i meriti televisivi della serie sono sempre tanti e la fanno preferire a qualsiasi altro prodotto di fiction. I risultati di ascolto, 9.630mila spettatori per la prima puntata e circa dieci per la seconda, lo dimostrano ampiamente. Montalbano affascina, si distingue, nello squallore di una tv priva di valori, di qualità e di sentimenti. Contribuisce al fascino del prodotto, il paesaggio siciliano, palcoscenico naturale delle storie, protagonista dirompente che cattura l’attenzione per la struggente bellezza. La Vigata di Camilleri riproposta tra Porto Empedocle e Ragusa, ha una limpidezza, uno splendore che ammaliano e lasciano senza fiato. E quegli angoli splendenti di luci e colori naturali, vengono sottolineati dalla sapiente regia di Sironi.

Infine: l’ultimo elemento più accentuato, in questa serie, è la passione per la cucina che sembra aver contagiato tutti, oltre il protagonista. Quest’anno Montalbano- Zingaretti passa molto più tempo a tavola. C’è una particolare accuratezza nella preparazione dei piatti che, a base di pesce, ma non solo, sembrano usciti da un sofisticato programma culinario  E vengono sempre inquadrati in primo piano, quasi a voler coinvolgere i telespettatori nel  goderne almeno la vista.



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