Versailles, serie tv sul Re Sole in anteprima al Roma Fiction Fest


Anticipazioni sulla serie presentata in anteprima alla kermesse della fiction che si svolge a Roma


 La perfida Albione si vendica ancora una volta dei vicini francesi. Lo si è toccato con mano oggi al Roma Fiction Fest, dove è stato proiettato il primo dei dieci episodi di “Versailles”, kolossal televisivo costato 81 milioni di euro, scritto dagli inglesi  Simon Mirren e David Wolstecraft nonché – peccato originale – commissionato dal transalpino Canale Plus.

Il tema è l’edificazione della reggia più carismatica d’Europa, appunto la Versailles che Luigi XIV volle ad ogni costo, a lustro della Grande Francia. E però quello che interessa di più a sceneggiatori e regista è imbastire uno spettacolo condito di pruderie, piccante, pettegolo e splatter. Un lavoro, a giudicare almeno da quanto passato nella kermesse capitolina, nel quale di Re Sole si fa prevalere il lato licenzioso, così come avviene per molti dei cortigiani, a partire dal fratello e braccio destro, l’omosessuale Filippo d’Orleans, che nelle prime sequenze del serial si presenta ai telespettatori mentre il suo amante imita, si fa per dire, Monica Lewinsky nello Studio Ovale.  
E’ vero, la vita di corte era una sentina di vizi e il re ebbe decine di amanti. Ma restringere la personalità di Luigi XIV – reo di errori come la cacciata degli ugonotti e degli ebre ma anche riformatore del diritto, attento sorvegliante delle finanze, sovrano assoluto grazie al quale la Francia piegò a proprio favore le guerre europee e divenne lo Stato dominante, gran protettore di artisti e volano della cultura – a un dongiovanni è fuorviante. Insomma, non ci sono mezze tinte, in questo “Versailles” che ha stupito i francesi anche perché la versione originale è in inglese. Così, se la regia ricorre perfino al deja-vu dell’effetto “maglietta bagnata” nella scena in cui la più amata dal re, la sorella del sovrano d’Inghilterra, esce come Venere da un lago, abbondano anche gli schizzi di sangue, i corpi fracassati con un martello, le mani trapassate da coltelli allorché entra in azione lo sbirro di Luigi XIV intento a sventare congiure o a punire esattori infedeli.


E’ perciò  una Versailles in tutta la sua brutale gloria, concepita a partire dal 1667 allorché finisce davvero la reggenza e nella quale il tema politico entra tra un effettaccio e l’altro. E il tema politico è la strategia di Re Sole di allontanarsi da Parigi, dove si sente più vulnerabile, per stabilirsi definitivamente in quella che era stata la villa di caccia del padre e che egli ora trasforma in palazzo fantastico e articolato, che ospita non solo la nobiltà recalcitrante e infedele, ma anche i ministri e i loro apparati. La scena più riuscita è appunto quella in cui, davanti alla corte, Luigi tiene una “orazion picciola” che gli permette di  illustrare il suo progetto per Versailles, fulgido esempio di architettura e insieme simbolo di potere. Qui convince l’interpretazione di George Blagden nel ruolo protagonista ( altri interpreti Alexander  Vlaos, Tygh Runyan,  Amira Casar). E qui rifulge l’altro merito dello sceneggiato, la ricchezza dell’ambientazione e dei costumi, ovvie del resto a fronte di un budget  tanto faraonico affrontato dalla produzione franco-canadese.


 Il resto sono stereotipi: dalla figlia del medico di corte che studia visceri e organi umani conservati nella formalina ed è in odore di stregoneria al valletto del sovrano che si racconta come in una favola al capezzale del  figlioletto malato e invano sottoposto a salassi. Fino alla figura della regina, la spagnola Maria Teresa, con l’eterno broncio della moglie tradita eppure non esente da scivoloni. Come quello che la porta a partorire, dopo le carezze di un nano di colore che dovrebbe essere solo un suo giullare, il figlio tanto atteso da Re Sole e che invece esce fuori  “niro niro”. Colpo di scena da “tammurriata” episodio e fa immaginare sorprese corrive nelle altre nove puntate.
Meglio allora l’altra serie in salsa francese, tutta francese: lingua, produttori (Kelija), regista, sceneggiatori. E’ “Trepalium”, ambientata alla fine del XXI secolo, in una società in declino economico, che vede solo il 20 per cento della popolazione al lavoro. Gli impiegati vivono confinati nella zona urbana, la Zona per eccellenza, ai cui margini vivono i disoccupati, affamati e assetati, separati da un Muro dagli Occupati, che vivono nel terrore di perdere il lavoro. L’allegoria di temi oggi brucianti: disoccupazione, razzismo, terrorismo.



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