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RomaFictionFest 2016 la nostra opinione sul remake di Radici

Venerdì, 09 Dicembre 2016 14:13 - Scritto da 

 Quarant’anni fa “Radici” in Rai ha avuto venti milioni di spettatori, un record per una serie tanto innovativa, che ha messo i puntini sulla i a una storiografia ancora reticente sul problema del razzismo e dello schiavismo che lo aveva generato. Ora il remake di quel rivoluzionario esperimento non si pone ufficialmente obiettivi di ascolti (lo ha detto in questo magazine a Biagio Esposito LeVar Burton, il protagonista di allora che oggi è il produttore) ma la prima puntata (andrà in onda il 16 dicembre su History, canale 407 di Sky) è apparsa meritevole di picchi di ascolti, peraltro impossibili visto il canale maggiormente di nicchia dal quale verrà trasmesso.

Vi abbiamo visto appunto, nell’anteprima del Fiction Fest di Roma,  le “radici” di Kunta Kinte, il giovane nero nato nella seconda metà del Settecento in un villaggio nella foresta della Guinea, addestrato alla battaglia secondo le migliori tradizioni della sua gente, speranzoso di frequentare l’università della lontana e antica Timbuctu, ma rapito da una tribù ostile alla sua, venduto ai mercanti portoghesi di schiavi, trasportato oltre atlantico dove un americano, esaminatigli denti, orecchie e complessione fisica, lo compra come se fosse un buon cavallo. Diventerà il difensore dei suoi simili e dei valori che la “deportazione” vorrebbe strappare loro: religione, legami familiari, usanze, riti, canti. Lo farà pur nel destino di schiavitù. E pure se il disumano viaggio nella stiva della nave portoghese, insieme ai corpi dei suoi simili incatenati e sdraiati  in asfissia sul legno, coperti del proprio sangue e del proprio vomito, è di quelli che annullano qualsiasi capacità di reagire.

radici una scena history

L’ambientazione ha lo stile dei migliori documentari (ricordate l’antesignano Mondo Cane di Gualtiero Jacopetti?), la realizzazione del villeggio di Kunta Kinte è articolata e calzante. L’addestramento nella giungla si impone per la precisione dei particolari (ai giovani in procinto di diventare guerrieri si insegna come cavalcare una bestia selvaggia, come tirare la lancia, come attraversare un fiume, come affrontare prove di resistenza, e credete, sono immagini infinitamente più credibili dei dilaganti reality show estremi). Anche le cosiddette storie parallele - quelle di facile presa sul pubblico come l’innamoramento di Kunta Kinte per Jinna, che sarà preda dei negrieri come lui – sono stringate e funzionali all’evoluzione del plot.

Ed è superlativa la prova del protagonista, l’inglese Malachi Kirby, che ha preso il posto di Levar e che mette il suo atletico corpo al servizio delle prove di sopportazione fisica alle quali la sua sfortuna lo sottopone mentre usa bene il volto per esprimere i più disparati sentimenti. I suoi occhi incendiari sono di quelli che non si dimenticano. Specie nelle inquadrature in primissimo piano che li ritraggono nel buio della prigione-stiva. Fanno pensare alle facce e alla sofferenza dei migranti 2.0, quelli trasportati dall’Oriente e dall’Africa dai “negrieri” odierni.

Letto 105 volte Ultima modifica Venerdì, 09 Dicembre 2016 14:24
Lidia Lombardi

Lidia Lombardi, free lance dopo essere stata per 35 anni nella redazione del quotidiano "Il Tempo" dove ha ricoperto il ruolo di responsabile del servizio Cultura e Spettacoli dal 2001 al 2013. La sua più ferma convinzione professionale: il giornalismo non è per solipsisti, ma un lavoro d'equipe.

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