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Interviste

Max Laudadio: “Con ‘Missione possibile’ trasmettiamo un messaggio di speranza”

L'intervista al giornalista toscano che, da questa sera, si divide fra Striscia la notizia e il nuovo programma dai forti connotati umanitari.
Francesco La Rosa

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L'intervista al giornalista toscano che, da questa sera, si divide fra Striscia la notizia e il nuovo programma dai forti connotati umanitari.
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Cosa vedremo in “Missione possibile”?

Mi auguro qualcosa di diverso dal solito. È il racconto di una serie di viaggi in missioni di pace molto particolari, in giro per il mondo. Sono andato in queste zone non per fare il giornalista e realizzare un documentario. Sono stato lì come volontario, mettendomi a disposizione delle persone del posto attraverso la creazione di laboratori e la realizzazione di varie attività, per tentare di regalare loro qualcosa che normalmente non hanno. Più che un programma tv, definisco “Missione possibile” un docufilm. Descriverò i miei 10 giorni passati in ogni missione e, parallelamente, il pubblico scoprirà le attività dei missionari protagonisti di turno e della missione stessa. Le interviste fatte non sono fini a se stesse, ma hanno un forte senso di verità che spero possa trasmettere al pubblico un messaggio di speranza, che è poi l’obiettivo del nostro programma.

Che è esperienza è stata umanamente?

Indimenticabile, pazzesca, fantastica. Ero partito con la convinzione che sarei tornato indietro con delle emozioni fortissime e così è stato. Guardare con i propri occhi quello che normalmente si legge sui giornali o si vede in tv è qualcosa di assurdo, perché ci si rende conto dei drammi che realmente esistono nel mondo. Questo porta a fare obbligatoriamente i conti con se stessi, è come guardarsi allo specchio e dirsi ‘Sono veramente stato fortunato ad essere nato in un’altra parte!’, e ringraziare per questo. Oltre a ciò, sono tornato con la consapevolezza che si può fare qualcosa per aiutare questi popoli: questi missionari non sono supereroi né santi in terra, ma persone normali che hanno deciso di dedicarsi agli altri. Se loro riescono a creare questa “magia” in zone del mondo così difficili, anche noi possiamo fare molto, molto, di più nei paesi dove viviamo. Emozionalmente è stato un massacro, ma che è si è concluso con un grande messaggio di speranza sbocciato anche dentro di me.

Ci racconti le emozioni vissute nel corso dei suoi viaggi: cosa l’ha colpita, nel bene e nel male, di Haiti?

Lì ho capito che non stato è il terremoto di alcuni anni fa ad aver messo in ginocchio il Paese, già da prima in grande difficoltà per scelte folli fatte da uomini che spesso hanno utilizzato Haiti come punto di passaggio per lo spaccio di cocaina nel mondo. Gli interessi dei soliti noti, ricchi, che tentano di sfruttare il mondo, determinano il fatto che altre persone soffrano fino alla morte. La cosa più brutta che ho visto è che questo è l’unico posto al mondo dove l’uomo non ha più dignità, con persone che si svegliano la mattina e aspettano solo di morire. Al contrario, mi ha colpito la meraviglia del villaggio che suor Marcella Catozza ha creato a Port-au-Prince, in una delle baraccopoli più pericolose del mondo, dove non riesce ad entrare nemmeno l’Onu. Questa suora però, proprio al centro di questo posto, su otto metri di spazzatura, ha costruito un villaggio per 140 bambini cui insegna che solo nel bello può esserci la dignità dell’uomo.

Max Laudadio con alcuni bambini haitiani – Fonte foto Tv2000

Lei si è recato anche in Benin, stato dell’Africa occidentale: che cosa porta con sé di questa esperienza?

È stata la più difficile tra le tre perché lì il dramma è totale. Sono stato in un ospedale gestito da Fra’ Fiorenzo Priuli, che da 44 anni vive lì e che a 77 anni lavora oltre 20 ore al giorno per salvare vite umane. È in un posto sperduto del Benin, al confine con Congo e Burkina Faso. Dovrebbe accogliere 250 persone, invece ce ne sono dentro 450. I pazienti sono ricoverati in ogni dove: sotto i letti, sui terrazzi, sui balconi, in mezzo ai giardini. Altri 200 malati aspettano in giardino il momento di essere ricoverati: molto spesso, però, non riescono ad entrare in ospedale perché muoiono prima. Anche lì il rapporto tra vita e morte è normalità: per me è incredibile pensare come in quel contesto la morte sia la quotidianità. A differenza degli altri posti, dove sono riuscito a fare laboratori ed altre attività organizzate, in Benin sono riuscito a portare solo dei sorrisi ai malati dedicandomi totalmente a loro, stimolato anche da Fra’ Fiorenzo: secondo lui, il sorriso è la medicina migliore per questi poveri malati.

Oltre all’America Centrale e all’Africa, lei è stato anche in Asia, nello specifico in Giordania.

Sì. Quello in Giordania è stato un viaggio un po’ diverso, in virtù anche della sua posizione geografica. È vicina alla Terrasanta e i riferimenti a Dio sono molto forti. Lì, tuttavia, i musulmani sono più dei cristiani. Questa missione cui ho fatto visita, però, si basa sull’incontro interreligioso. Due sorelle del Sermig (Servizio Missionario Giovani, ndr) cercano di dare amore, incontro, forza a tanti ragazzi del luogo (dai 6 ai 30 anni), aiutando anche disabili mentali e riuscendo a garantire loro una vita normale. Questo non è così scontato da quelle parti, poiché il disabile è spesso considerato come un soggetto da tenere lontano dalla vita sociale.
Sono rimasto colpito in negativo dal clima di guerra che si respira: appena arrivati c’è stato un attentato kamikaze ad Amman. Il conflitto religioso si percepisce chiaramente, nonostante la Giordania sia un popolo pacifico. La vicinanza con la Palestina non aiuta: ogni volta che si viaggia in auto è frequente incontrare posti di blocco, con militari armati di mitra.

Il giornalista con le missionarie del Sermig in Giordania – Fonte foto Tv2000

Com’è nata la possibilità di lavorare con Tv2000?

Già da diversi mesi discutevamo su una possibile collaborazione. Io cercavo una buona opportunità per fare programmi che potessero essere utili, come del resto lo è “Striscia”. Tv2000 era disponibile a sperimentare con me. Per mesi abbiamo trattato su altre idee, fino a che il direttore Paolo Ruffini mi ha telefonato parlandomi della volontà dell’emittente di raccontare le missioni di pace: per farlo avevano pensato a me. All’inizio ho detto no, perché non volevo fare “il giornalista”. Ho risposto dicendo che se avessi dovuto raccontare le attività di una missione, sarebbe stato più opportuno farlo in un’altra veste, cioè quella del volontario. Ruffini si è entusiasmato per quest’idea e così ho chiesto di poter scrivere il programma insieme a mia moglie, Loredana Bonora, non per preferenza familiare ma perchè sapevo che lei, che fa questo di mestiere, mi conosce profondamente e sa che cosa avrei potuto realizzare. È riuscita, così, a creare un format perfetto per me. Spero che tutto questo possa portare il pubblico a comprendere a fondo le realtà che ho conosciuto. Se il programma trasmetterà ai telespettatori anche il 10% delle emozioni che ho vissuto io, allora sarà un successo.

State pensando a qualche altro progetto con la rete della Cei?

“Missione possibile” è stato riconfermato. Racconteremo un’altra missione con altre due puntate nel periodo natalizio. In questo momento ne stiamo cercando una nel nostro Paese. Per la prossima estate proseguiremo con un nuovo ciclo di altre missioni. L’idea è quella di entrare in una routine: se riuscissi a fare una missione al mese, potrei rendere il format continuativo.

Max Laudadio in Giordania – Fonte foto Tv2000

Nel corso di questi ultimi anni lei si è avvicinato alla religione fino a convertirsi. Quanto ciò ha influito nel suo modo di lavorare e nell’approcciarsi a questioni delicate e di grande rilevanza sociale che abitualmente tratta nella sua professione?

Voglio sottolineare una cosa: in realtà non ho fatto niente per avvicinarmi alla religione. Ero un ateo come tanti, cui non interessava cercare Dio. Poi, un giorno poi mi sono ritrovato in ginocchio! Questo mi dà speranza, perchè se ciò è successo a me può capitare davvero a chiunque. Dopo aver incontrato Dio, ho cercato di capire quali fossero i miei problemi e perchè non fossi felice. A quel punto mi sono reso conto di essere stato fino ad allora una persona egocentrica, che puntava solo a se stessa facendo scelte mirate principalmente alla propria soddisfazione personale. Trovare la fede mi ha portato a capire che oggi non mi interessa più scegliere solo per me e per la mia convenienza, ma per quella di tutti. Nel mio lavoro ora cerco di fare delle cose che possono essere di interesse collettivo. La mia vita in realtà non è cambiata, sono sempre lo stesso: ho solo trasformato il modo di condurla e di vivere la mia quotidianità. Oggi posso dire di essere felice: prima cercavo appagamento nella bella macchina da comprare, nei vestiti, nel voler far sempre di più televisione. Adesso tutto questo non mi interessa più: ora preferisco aspettare e vedere se arriva qualche proposta professionale che può essere utile anche per gli altri. Questo motiva anche la scelta di aver accettato di lavorare in una realtà non così popolare come Mediaset, ma ho ritenuto Tv2000 la televisione giusta per fare nuove cose. Sto notando come anche quest’emittente sta cambiando, avvalendosi di persone meno legate alla Chiesa: una scelta giusta, perché in questo modo il messaggio religioso arriva più semplicemente anche a chi non capisce di Chiesa, proprio come me fino a qualche tempo fa.

Molti la conoscono per essere uno degli inviati storici di “Striscia la Notizia”. Quest’anno il tg satirico di Antonio Ricci festeggia 30 anni di messa in onda: qual è il segreto per durare così a lungo?

Siamo tutti dei “vecchietti svegli”: credo che il lavoro sul campo premi il nostro programma. La gente è affezionata a noi come noi a loro e questo penso sia il motivo del successo. Amo moltissimo “Striscia la Notizia”, che è il mio lavoro principale e che faccio sempre molto volentieri. Fino a che loro non mi cacciano io ci starò!


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Nasco a Napoli nel 1989, ma la mia città è San Giorgio a Cremano, la stessa di uno dei miei miti: Massimo Troisi. Gli studi mi hanno portato a Roma, dove mi sono laureato in Editoria multimediale e nuove professioni dell’informazione alla Sapienza. Sono giornalista pubblicista. Il varietà è il mio genere preferito, sia in tv che in radio. A ruota seguono serie tv e quiz. La mia passione è il Festival di Sanremo: da piccolo fantasticavo di cantare sul palco dell'Ariston, ora mi limito a sognare di condurlo!

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Interviste

Martina Crocchia «un futuro in tv, ma a determinate condizioni».

Intervista alla campionessa de L'Eredità che si confessa tra rivelazioni professionali e personali.
Anna Mancini

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Martina Crocchia quando torna
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Martina Crocchia super campionessa de L’Eredità, con all’attivo una vincita di 158.000 euro, ha rilasciato la seguente intervista al sito www.maridacaterini.it.

La campionessa è presente da oltre un mese nel game show di Rai 1 condotto da Flavio Insinna nella fascia preserale. Vi anticipiamo che tornerà lunedì 5 aprile a conclusione delle puntate L’Eredità per l’Italia.

Abbiamo raggiunto telefonicamente Martina Crocchia che ci ha svelato molti lati della sua personalità e della sua esperienza a L’Eredità.

Martina Crocchia intervista progetti futuri

Martina Crocchia – intervista

Come ha vissuto la sua lunga permanenza nel game di Rai 1?

«Sinceramente mi è sembrato un sogno. Non credevo di andare al di là della prima puntata. L’esperienza è stata ancora più gratificante, grazie alla grande famiglia de L’Eredità e all’atmosfera familiare ed amichevole nella quale sono stata accolta».

Perché, a suo parere, è una campionessa così longeva?

«Io sono una persona fondamentalmente curiosa. Non mi sono sentita mai colta. Accanto agli studi che ho fatto mi informo quotidianamente attraverso ogni mezzo, compresa naturalmente la lettura. Sono però una lettrice abbastanza lenta e discontinua, ma mi piace imparare da qualunque fonte provenga il sapere umano. Sono molto legata ai particolari che mi colpiscono, e sui quali mi soffermo. Proprio per questa caratteristica sono molte le persone che non riescono a reggere una conversazione con me».

Che tipo di studi ha fatto?

«Ho frequentato inizialmente una scuola americana, successivamente il liceo classico e all’università Scienze della Comunicazione che considero il perfetto prosieguo degli studi classici. Inoltre ho colto sempre le occasioni per apprendere nuove nozioni, non solo dal punto di vista classico ma anche scientifico».

Martina Crocchia intervista

Un aggettivo con il quale si definirebbe?

«Sono non etichettabile. Mi considero un essere umano strano. Ho consapevolezza della mia personalità e ciò mi porta a pensare che non ci siano persone uguali a me in giro. Ma non sono però un’incompresa. Posso dire che questo lato del mio carattere genera paura, forse anche solitudine. Io infatti sono single e la consapevolezza di chi sono mi gratifica giorno dopo giorno».

Come vede il suo futuro dopo l’esperienza de L’Eredità? Diventerà anche lei una Cannoletta in gonnella?

«Innanzitutto ho apprezzato moltissimo Massimo Cannoletta. Ho seguito il suo excursus e posso dire che il suo risvolto televisivo lo comprendo, lo condivido e lo appoggio. Certo non accetterei mai di essere protagonista di un reality perché non amo la promiscuità. Ma se ci fosse la possibilità di qualche altro programma del pomeriggio o della sera non mi tirerei indietro. Mi piacerebbe innanzitutto realizzare un programma seguito dai giovani con i quali riesco a relazionarmi molto bene».

Martina Crocchia Pole Dance

I suoi programmi televisivi preferiti?

«Amo molto canali come Focus, ma i documentari scientifici un po’ meno. Sono appassionata inoltre di serie televisive fantastiche e legal drama. Mi piacerebbe ad esempio rivedere programmi cult come Il trono di spade».

Ci parla della sua scuola e delle allieve?

«Io sono la proprietaria della scuola di pole dance Phoenix che si trova in via Baldo degli Ubaldi a Roma. Sono impegnata praticamente tutti i giorni. Attualmente la scuola è chiusa e se non ci fosse stata la pandemia non avrei potuto partecipare a L’Eredità. Le ragazze si esercitano da casa e hanno sostenuto moltissimo sui profili social la mia partecipazione».

A proposito di social. Come risponde agli haters che si sono scagliati contro di lei?

«La maggior parte era rappresentata da donne tra i 50 e i 60 anni. Posso solo rispondere che sono giovane, avvenente e fortunatamente intelligente».

La riconoscono per strada?

«Sì, iniziano a riconoscermi e posso dire che mi fa immensamente piacere».

Infine Martina Crocchia manda un saluto a tutti i lettori di www.maridacaterini.it che la seguono e simpatizzano per lei.


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Interviste

Mihaela Gavrila intervista alla docente sulla difesa dei minori dalla tv

Intervista alla professoressa universitari italiana sulla difesa dei minori dalle insidie della tv e degli altri devices.
Anna Mancini

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Mihaela Gavrila comitato media e tv
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Mihaela Gavrila è professore associato con abilitazione di professore ordinario presso l’Università La Sapienza di Roma. Inoltre fa parte del collegio di docenti del dottorato di ricerca in Comunicazione, ricerca sociale e marketing.

Insegna Entertainment e Television studies e teorie e tecniche della televisione. In particolare dal dicembre 2017 è componente effettivo in rappresentanza delle istituzioni italiane del Comitato Media e Minori.

Alla docente abbiamo chiesto un parere sul rapporto tra minori e televisione in un momento particolare in cui l’infanzia ha maggiore bisogno di essere tutelata.

Abbiamo raggiunto telefonicamente Mihaela Gavrila. Questa è l’intervista rilasciata a www.maridacaterini.it.

Mihaela Gavrila intervista

Mihaela Gavrila – intervista

Qual è il ruolo del Comitato Minori e Tv?

«Innanzitutto l’immedesimazione degli adulti e degli educatori nel mondo dei bambini. Tutti siamo stati bimbi, ma pochi se ne ricordano. Il mondo dell’infanzia non è semplice da esplorare. Soprattutto oggi l’infanzia è complicata e molto spesso viene completamente affidata alla tv con le tante problematiche che ne derivano. Ricordiamoci che anche l’infanzia sta cambiando e noi la conosciamo sempre meno. Il ruolo del comitato è di difendere il più possibile i minori dai pericoli del piccolo schermo e non solo».

Il periodo attuale è più complicato rispetto al passato?

«Certamente. C’è una sovraesposizione da parte dei minori alla tv e ad altri devices. Abbiamo notato che la platea televisiva, basata su circa 25 milioni di telespettatori, nel periodo della pandemia da Covid, ha raggiunto 31 milioni in tutte le fasce orarie, soprattutto nel daytime».

Ma i bimbi vengono tutelati dal punto di vista televisivo?

«Da una parte possiamo dire che ci sono più tutele perché i programmi per bambini sono spalmati su vari canali ed app dedicate. Ce ne sono però talmente tanti che la scelta diventa estremamente complicata. Bisogna chiedersi: “verso quali indirizzi televisivi orientare la fruizione dei minori?”. Ci sono offerte disponibili a tutti, ma ci sono anche le offerte pay che non tutti possono permettersi. E qui il campo si allarga ancora di più».

A che punto è il Codice di regolamentazione dei media e minori?

«È fermo al 2002, quando si chiamava ancora Tv e minori. La nuova bozza è stata presentata nel 2019, ma è stata successivamente bloccata per la nuova direttiva europea sui media audiovisivi».

Qual è il vostro compito in particolare?

«Il nostro non è un lavoro semplice. Proviamo a concentrarci sulle fasce più critiche e cerchiamo di riconoscere i contenuti adatti a questo determinato pubblico. Per essere aiutati in tale compito ci siamo rivolti ai genitori e alla scuola. C’è un atteggiamento particolare che caratterizza l’infanzia è l’adolescenza di oggi».

Ci spiega qual è?

«In realtà i bimbi restano vulnerabili nonostante la crescita adolescenziale, anche se simulano capacità di adattamento alle varie situazioni. Non vogliono permettersi di dimostrarsi fragili. E spesso rivolgersi a loro come ad adulti, non fa che aumentare le fragilità insite in ognuno. Ogni singolo minore recepisce un messaggio in maniera differente. E incidono su questa capacità di comprensione anche le diversità degli ambienti da cui provengono. Ci sono bambini più pronti a determinate situazioni, altri invece no. Noi controlliamo anche i contenuti della fiction e dell’animazione, compresi i cartoni animati. Ma abbiamo una particolare attenzione sull’infotainment».

Mihaela Gavrila docente sapienza

Che succede quando viene sporta una denuncia al comitato minori e tv?

«Si mette in moto un determinato meccanismo. Certo ci rendiamo conto che talvolta può esserci un eccessivo moralismo. Spesso il codice sceglie l’archiviazione di alcuni casi. Ma ce ne sono altri in cui interviene con una lettera di raccomandazione alle varie emittenti. È una usanza molto utile per svolgere una funzione educativa per le reti televisive. Bisogna valutare dove posizionare specifici programmi ed anche la pubblicità. Un esempio infatti è lo spot della Nuvenia, così giustamente contestato. Bisogna evitare sempre l’utilizzo di immagini volgari e scene di violenza e sesso su tutte le reti, ma in particolare sulle generaliste».

C’è il caso di Cielo che propone film in prima serata non adatti ai minori. Come vi comportate?

«Questa è una questione importante. Abbiamo svolto una vera e propria battaglia per ottenere alcuni risultati. Ad esempio un ciclo di film, assolutamente improponibile per i minori, andava in onda nella fascia pomeridiana. Vi erano contenuti addirittura di pedofilia e pornografia. Abbiamo avviato un’istruttoria. Ma l’unico risultato è stato che la programmazione si è spostata in fasce non protette. Inoltre Cielo per un altro problema simile, non ci ha più considerato e non ci ha risposto. Il canale cioè non aderisce al Codice di regolamentazione. Noi non possiamo far altro che affidarci al rispetto che si deve al telespettatore. C’è inoltre da considerare che una tale programmazione abbassa anche la qualità del brand».


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Interviste

MasterChef Italia 10 il vincitore Francesco Aquila «vi presento il mio libro My Way: Zio bricco che ricette»

Intervista con il vincitore della decima edizione di MasterChef che svela i progetti futuri legati alla cucina.
Alice Toscano

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MasterChef Italia 10 Francesco Aquila
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MasterChef Italia 10 ha il suo vincitore: è Francesco Aquila. Il giovane è il primo classificato nel cooking show si Sky prodotto da Endemol Shine Italy. La finalissima è sempre disponibile on demand, visibile su Sky Go e in streaming su NOW TV.

Francesco Aquila ha 34 anni, è un cuoco amatoriale pugliese che risiede a Bellaria Igea Marina. E’ maître di sala e docente di sala. È riuscito ad avere la meglio su due concorrenti, Antonio ed Irene, che sono giunti con lui in finale.

Il titolo gli è arrivato al termine di una puntata molto accesa in cui il vincitore è stato incerto fino all’ultimo. Abbiamo raggiunto Francesco Aquila telefonicamente. Questa è l’intervista rilasciata al sito www.maridacaterini.it.

MasterChef Italia 10 Francesco Aquila vincitore

MasterChef Italia 10 – intervista al vincitore Francesco Aquila

Lei è divenuto famoso per il suo intercalare Zio bricco e per il modo di piegare il mignolo. Come lo spiega?

«Zio Bricco è stato un mio modo di dire che può essere utilizzato sia in positivo sia in negativo. Inoltre il prossimo 11 marzo arriva nelle librerie il mio libro di ricette in intitolato My Way. Il sottotitolo è proprio “Zio bricco che ricette”».

Qual è stato il suo percorso durante il cooking show?

«Io ho cominciato ad avere la consapevolezza che avrei potuto andare avanti nelle cucine di MasterChef quando mi sono reso conto che mi mancava molto mia figlia. Questa sensazione l’ho trasformata in una sorta di grinta ulteriore. Il tempo per tutti è prezioso ed ho capito che avrei potuto recuperare quello dedicato a MasterChef e non a mia figlia, solo con un piazzamento importante nella classifica. Così ho capito che stavo esplodendo».

Come ha reagito sua figlia dinanzi alla vittoria del papà?

«Intanto ho dovuto tenerle nascosto che ero il MasterChef Italia numero 10, perché temevo che avendo solo 4 anni avrebbe potuto parlarne con qualcuno mentre noi per contratto eravamo tenuti al segreto».

Come ha reagito dinanzi alla popolarità nel corso soprattutto della fase finale di MasterChef?

«Posso dire di essere stato riconosciuto da ben pochi. Indossando mascherine ed occhiali di ieri sono riuscito a passare per molto tempo inosservato. A chi, nonostante tutto mi riconosceva, ho detto che per sapere qualche novità sul mio conto c’era un unico modo: seguirmi durante le puntate di MasterChef Italia».

MasterChef Italia 10 Francesco Aquila intervista

Lei inizialmente sembrava un personaggio buffo, poi si è rivelato pieno di valori. Come mai?

«La verità è che io sono proprio come i telespettatori mi hanno visto. Una persona semplice che ha cercato di veicolare all’interno del cooking show valori sani basati sull’amicizia, sulla famiglia, sulla lealtà e anche sull’amore inteso in senso generale».

Lei ha diviso la finale con Antonio ed Irene. C’erano altre persone con cui avrebbe voluto gareggiare?

«Nella vita io credo molto alla meritocrazia. E tra l’altro devo dire di essere ancora frastornato perché dopo tanto tempo non riesco a credere nella mia vittoria. È stata un’avventura bella e significativa. Io ho dimostrato che nel lavoro conta la meritocrazia. Ed è proprio per questo valore sono arrivati in finale con me Antonio ed Irene, persone che hanno meritato di raggiungere questo traguardo».

MasterChef Italia 10 Francesco Aquila progetti

Il suo futuro sarà ancora nella cucina?

«Io attualmente mi sento in un pianeta sconosciuto che devo ancora visitare. Mi piacerebbe poter crescere professionalmente ai fornelli e diventare uno chef professionista. Lavorare in una cucina così importante è stato per me decisivo. E molto spesso io mi sono detto che avrei dovuto comportarmi proprio come fossi in un locale servendo dei clienti».

C’è un ingrediente che porta con sé dopo MasterChef?

«Sicuramente l’aglio nero che non conoscevo e non avevo mai usato. A MasterChef mi sono letteralmente innamorato di questo ingrediente e lo porterò con me».

C’è stato un momento in cui si è sentito demoralizzato?

«Sì più di uno. Il primo è stato durante il terzo livello di uno Skill Test. Il secondo in una prova successiva. Mi ha preso un grande sconforto perché in ambedue i casi mi trovavo dinanzi una gallina e non sapevo assolutamente come cucinarla».

Un consiglio che darebbe ai prossimi concorrenti di MasterChef?

«Direi loro di essere sempre sé stessi, di non farsi influenzare dalle telecamere e di non accendere i fornelli se non si è sicuri della ricetta che si vuole preparare».


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