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Il Giornalismo ai tempi dell’Auditel

Marida Caterini

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Un certo tipo di giornalismo condizionato proprio dall’Auditel, cerca compromessi, si spinge ad una ricerca affannosa dello scoop che viene cercato, inseguito, spesso addirittura “montato” a tavolino, unicamente per stimolare la curiosità di un pubblico che sta sempre più abituandosi ad un vero e proprio voyeurismo anche nel campo dell’informazione. Un voyeurismo che si amplifica soprattutto nella trattazione dei casi di cronaca nera: le interviste ai parenti delle vittime, ad esempio, sono realizzate sempre con i primi piani in evidenza. La telecamera è pronta a cogliere ogni inflessione del volto, anche la minima emozione: il tutto sollecitato dalle insistenti domande del cronista che scava, impietosamente, nei ricordi e sfrutta la debolezza psicologica dell’interlocutore.

La lotta all’ultimo telespettatore è, in particolare, dettata da esigenze di raccolta pubblicitaria  e sollecitata dai responsabili di rete per esigenze di budget. Ma rischia di mortificare i principi basilari della professione giornalistica: rispecchiare, nella maniera più esaustiva, il pensiero di chi si affida all’intervistatore per esprimere e far conoscere ai lettori o ai telespettatori, la propria opinione. Il rapporto tra chi parla e chi scrive o ascolta deve, sempre, essere improntato sulla massima fiducia.

Purtroppo, a volte, il giornalista viene considerato un professionista da evitare proprio per l’insistenza con cui insegue testimoni e persone che ritiene nesessari per illustrare il caso trattato e far guadagnare alla rete e al programma il maggior numero di consensi possibili.

Ricordate la vicenda di Morgan che, dopo aver rilasciato l’intervista concordata, confidò in privato al giornalista, di far uso di alcune droghe?  La sua confessione venne subito pubblicata suscitando  polemiche e reazioni contrastanti tanto che, quell’anno, il cantante fu escluso dal Festival di Sanremo. Un esempio di come si possa sfruttare, impunemente, un momento di debolezza di una persona che riteneva di potersi fidarsi del suo interlocutore.

Fabio e Mingo

Il giornalismo, ai tempi dell’Auditel, passa anche attraverso una vera e propria rincorsa agli ospiti e, soprattutto, ai personaggi ritenuti più interessanti per il coinvolgimento del pubblico.

Madri, padri, parenti, amici, anche semplici conoscenti, vengono contesi dalle varie reti che cercano di assicurarsene la presenza “in esclusiva”. Sono soprattutto i contenitori di cronaca del mattino e del pomeriggio, in onda su reti concorrenti, a porre in atto un vero “marcamento stretto” dell’ospite ritenuto più interessante.

Troppe volte si è disposti persino a fare carte false pur di presentare lo scoop, la notizia nuova che, spesso, è soltanto un dettaglio aggiuntivo, magari privo di interesse, per lo sviluppo della vicenda che si sta affrontando. Si assiste così, lentamente, ad uno svilimento della professione che rischia di trascinare nel degrado un’intera categoria. .

La professione del giornalista somiglia, per certi aspetti, alla missione sacerdotale: bisogna essere in grado di mantenere il più stretto riserbo sulle fonti  da cui si attingono le notizie e rispettare chi si fida del cronista o dell’inviato e si attende di essere informato correttamente.

Spesso abbiamo visto, grazie a Striscia la notizia, anche cronisti che costruiscono ad arte le proprie interviste pagando sottomano persone che, una volta sotto i riflettori, sostengono opinioni precedentemente concordate. E fingono persino di trovarsi, per caso, sul luogo dal quale si effettua il collegamento.

Nonostante un andazzo estremamente discutibile, caratterizzato dal comportamento anomalo di pochi,la categoria in generale, è ancora rispettabile, soprattutto quando svolge correttamente  il proprio lavoro. Compito dei “vecchi maestri” è trasferire ai giovani, che si preparano alla professione,l’importanza del valore etico del loro impegno. Un impegno che, per esprimersi al meglio e conquistare la piena fiducia degli utenti, dovrebbe fare a meno anche di sovrastrutture spettacolari e strappa- audience. Tra queste, ad esempio, andrebbero evitati: i plastici di Porta a porta, la presenza dei parenti più stretti delle vittime in studio e la ricostruzione, spesso granguignolesca, dei casi di cronaca nera trattati con dovizia di macabri particolari. E soprattutto andrebbero evitate le “D’Urso- interviste” presenti nei contenitori Pomeriggio 5 e Domenica live: motivo per il quale la conduttrice è stata denunciata per esercizio abusivo della professione giornalistica,

 


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Giornalista, esperta di spettacoli, in particolare di televisione. È stata per dieci anni critico televisivo de Il Giornale d’Italia con la direzione di Luigi D’Amato. Dal 1997 si occupa per il quotidiano Il Tempo di spettacoli, soprattutto di tv. Si occupa di cultura per il sito di Panorama. Ha collaborato in passato con le maggiori testate nazionali, tra cui Il Sole 24 ore, Il Mattino, Il Giornale. Ha ricoperto il ruolo di docente di Teorie e tecniche della critica televisiva nel master per laureati in Scienze della Comunicazione, organizzato dall’Università La Sapienza di Roma. Ha vinto il dattero d’argento al Salone Internazionale dell’umorismo di Bordighera. É stata titolare per tre anni della rubrica “Dietro le quinte” su Il Giornale d’Italia, analizzando, ogni settimana, un evento di cronaca, di politica o di spettacolo sotto la lente dell’umorismo.

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Qualche idea in più

Irene Natali

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I segreti del mestiere

Irene Natali

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Luglio 2017 è la fine dei talk show?

Irene Natali

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L’ultima stagione televisiva è stata quella che, forse, ancor più delle precedenti, ne ha mostrato i molti segni di stanchezza.
Inaugurata a settembre con Politics-Tutto è politica, che nelle intenzioni avrebbe dovuto rinnovare il genere, si è invece conclusa non solo con la chiusura dello stesso Politics, ma anche de La Gabbia Open e L’Arena. Dopo mesi di confronti serrati, spesso litigi, sono caduti sul campo Gianluca Semprini, Gianluigi Paragone e Massimo Giletti: nessuno di loro tornerà alla conduzione dei propri programmi.
Una moria trasversale alle reti, alle declinazioni del genere, e persino ai risultati d’audience. A tal proposito infatti, va sottolineato che se lo share di Politics e La Gabbia languivano, quello de L’Arena insidiava e teneva testa alla domenica di Barbara D’Urso.

giletti

Negli anni i talk show si sono moltiplicati, spaziando attraverso politica, cronaca, attualità, intrattenimento. Grazie ai loro costi bassi sono state coperte prime e seconde serate, pensati i palinsesti: politici e ospiti in promozione, in studio senza compenso, hanno consentito di realizzare prodotti televisivi a budget ridotto. Ne è conseguita una pluralità di programmi presidiati a turno dagli stessi esponenti politici, opinionisti, giornalisti.
La stagione 2016-2017 ha inoltre segnato, definitivamente, il consolidamento di un nuovo trend. I segnali si erano già avuti in precedenza, ma è nei mesi scorsi che è divenuto realtà effettiva: si tratta dell’arrivo dell’intrattenimento nei talk politici. Perché se è vero che per le reti è conveniente produrli, è altrettanto vero che i risultati elettorali dimostrano quanto la contemporaneità sia caratterizzata da una forte sfiducia nei confronti dei nostri rappresentanti.

politics

In un periodo in cui i partiti, o meglio la politica in generale, hanno perso credibilità, non si può certo contare sul loro appeal per tenere i telespettatori incollati davanti allo schermo. Per ovviare al problema perciò, si è cercato di puntare sui personaggi dello spettacolo: invitandoli a dare la propria opinione, oppure riservando loro un apposito segmento per sponsorizzare i lavori in uscita.
Matrix ha persino affidato una serata a Piero Chiambretti, che si è alternato a Nicola Porro. E Bianca Berlinguer con #Cartabianca ha ottenuto il picco di ascolti con Flavio Insinna, quando il volto di Rai 1 è arrivato nello studio di Rai 3 per difendere la propria immagine dagli attacchi di Striscia la notizia. Un dato indicativo, questo.

cartabianca insinna foto2

Data la loro convenienza economica, i talk show torneranno anche nella stagione al via a settembre. Inflazionati, ne sarebbe opportuno un ripensamento: la ridefinizione dovrebbe interessare sia i contenuti che il format, per evitare l’impressione di programmi uno fotocopia dell’altro.
In questo senso va citato come virtuoso l’esempio di Nemo-Nessuno escluso. Nato come programma di approfondimento, Nemo è riuscito gradualmente a conquistare telespettatori e guadagnarsi la riconferma: pur non essendolo in senso classico, gli autori vi hanno inserito alcuni elementi del talk, grazie alla presenza di ospiti e interventi mirati.
Di certo la soluzione non può essere quella attuale, che consiste nel prolungamento a notte inoltrata per racimolare briciole di share.

 

 


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