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Portobello | la recensione

Portobello | la recensione. Analisi della prima puntata del programma condotto da Antonella Clerici su Rai 1.
Marida Caterini

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Portobello | la recensione. Analisi della prima puntata del programma condotto da Antonella Clerici su Rai 1.
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Il passato, nel caso attuale, si chiama Portobello, il vecchio caro programma condotto da Enzo Tortora dal 1977 al 1983 e poi ripreso per poche nuove puntate nel 1987. Rai 1 ha trasmesso la prima puntata della versione moderna, sabato 27 ottobre in prima serata, con la conduzione di Antonella Clerici.

La prima sensazione è di un reboot malinconico e all’insegna di troppi generi che se, negli anni Settanta potevano essere innovativi, adesso appaiono obsoleti, consunti dopo circa 40 anni di programmi nati dalle costole dello stesso Portobello. Pensiamo, ad esempio alle “carrambate” di raffaelliana memoria. Impossibile con evocarle dinanzi all’anziano signore che cercava i due fratelli dai quali era stato separato quando aveva solo dieci anni. Non si è cercata neppure una maniera differente di presentare le sorprese che non potevano certo avere il crisma dell’originalità, perchè, purtroppo, tutto è dejà vu.

La puntata è scivolata via lentamente, senza il ritmo e quell’ironia giocosa che hanno caratterizzato la gestione di Enzo Tortora. Antonella Clerici nonostante gli sforzi non è riuscita a creare quel filo rosso che avrebbe dovuto unire il nuovo Portobello alla versione originale.

Sono state mostrate alcune immagini del programma del passato e la differenza di stile è stata troppo evidente. La Clerici ha dato il meglio di sè nel segmento dedicato ad un piatto tipico pasquale rivendicato da due regioni: la Puglia e la Basilicata e dal nome singolare: il cazzomarro. La sua anima da “prova del cuoco” è venuta fuori in maniera prorompente.

La puntata è stata spettacolarizzata al massimo: fa testo, inizialmente, l’entrata del pappagallo, considerato la star del programma. Enrica, questo il nome del pennuto, è stato fatto entrare in studio scortato da due bodygard e da due ballerine e accompagnato da un’esperta: una esagerazione che poteva essere evitata.

Nella puntata sono state assemblate storie in grado di abbracciare un pubblico trasversale: dal piccolo ornitologo che, a soli 11 anni, chiedeva di essere invitato a tenere conferenze sugli uccelli, al signore settantasettenne che ha inventato un nuovo passo di danza e ha chiesto di insegnarlo nei centri anziani.

Insomma una umanità varia ma molto padrona del mezzo televisivo che è apparsa distante anni luce dalla schietta ingenuità con cui si presentavano gli inserzionisti ai tempi di Portobello.

Carlotta Mantovan e Paolo Conticini sono apparsi acerbi nei rispettivi ruoli di coordinatrice delle centraliniste e di inviato.

Inoltre: le puntate di Enzo Tortora avevano la durata di un’ora, erano svelte, armoniose, dominate dalla figura familiare del conduttore che coinvolgeva profondamente il pubblico da casa. Tre ore e mezza di spettacolo, ora, dilatano lo spazio temporale del prodotto e lo mortificano con le lungaggini necessarie a coprire la seconda serata.

E quando il Big Ben ha detto finalmente stop, il telespettatore, se non aveva cambiato canale già precedentemente, si è sentito sollevato.

Eravamo stati facili profeti: il passato in tv può tornare solo nella cornice delle Teche Rai che lo custodiscono e lo ripropongono senza stravolgerne i connotati.


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Giornalista, esperta di spettacoli, in particolare di televisione. È stata per dieci anni critico televisivo de Il Giornale d’Italia con la direzione di Luigi D’Amato. Dal 1997 si occupa per il quotidiano Il Tempo di spettacoli, soprattutto di tv. Si occupa di cultura per il sito di Panorama. Ha collaborato in passato con le maggiori testate nazionali, tra cui Il Sole 24 ore, Il Mattino, Il Giornale. Ha ricoperto il ruolo di docente di Teorie e tecniche della critica televisiva nel master per laureati in Scienze della Comunicazione, organizzato dall’Università La Sapienza di Roma. Ha vinto il dattero d’argento al Salone Internazionale dell’umorismo di Bordighera. É stata titolare per tre anni della rubrica “Dietro le quinte” su Il Giornale d’Italia, analizzando, ogni settimana, un evento di cronaca, di politica o di spettacolo sotto la lente dell’umorismo.

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2 Comments

più commenti

  1. Avatar

    antonella

    28 Ottobre 2018 at 11:20

    idea lodevole, ma il vecchio portobello era un’altra cosa e forse la tv era di ieri era meno complicata di oggi.

  2. Avatar

    eleonora

    29 Ottobre 2018 at 23:33

    da quanto leggo la scelta di evitare di guardare portobello è stata la scelta giusta… era immaginabile che il programma fosse vecchio e noioso, a parte il garbo e la signorilità di tortora che di certo difettano alla clerici . vedo che la ricetta proposta era pasquale fuori luogo visto che siamo semmai vicini a natale ma forse gli autori si sono voluti portare avanti in previsione di una chiusura anticipata del programma. non ho trovato neppure di buon gusto enfatizzare la presenza della vedova di frizzi che non so quanti conoscano per capacità professionali che senza dubbio ha ma che appare come imposta in virtù dell’essere rimasta vedova di un personaggio tanto amato, fortuna che ad altre vedove di certo non è toccatta

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Recensioni

Buongiorno mamma recensione della serie con Raoul Bova

Analisi e riflessioni critiche sulla serie tv interpretata nel ruolo del protagonista da Raoul Bova.
Marida Caterini

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Buongiorno mamma recensione
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Canale 5 sta trasmettendo la serie Buongiorno mamma di cui vi proponiamo la recensione. Protagonisti della storia raccontata sono Guido e Anna Borghi interpretati rispettivamente da Raoul Bova e Maria Chiara Giannetta.

Tutto ruota intorno allo stato di coma profondo in cui è caduta Anna da sette anni.

Buongiorno mamma critica

Buongiorno mamma recensione

La serie è basata su una sceneggiatura che alterna momenti vissuti nel presente a flashback. Tutto per giustificare lo stato di coma profondo nel quale si trova la protagonista, madre di quattro figli. La donna, moglie di Guido Borghi, è stata vittima di una emorragia cerebrale che ha lasciato intatte le funzioni vitali, ma ha compromesso l’attività cerebrale.

Anna Borghi si trova in uno stato di terapia assistita che ricorda molto da vicino casi di cronaca reale. Tra questi l’esempio più calzante sembra essere riferito alla vicenda di Eluana Englaro, che aveva appassionato all’epoca l’opinione pubblica italiana dividendola in due fazioni.

È quello che accade anche nella fiction di Canale 5 in cui la situazione di Anna Borghi viene vista e analizzata secondo l’ottica personale ed individuale di ognuno dei componenti della famiglia. Il marito desidera tenerla ancora a casa dopo sette anni di coma profondo. La madre invece vuole porre fine ad una situazione che ritiene straziante, liberando la figlia dal corpo nel quale è ingabbiata, trasferendola in una clinica per malati terminali.

E poi ci sono le opinioni dei quattro figli di età differente che reagiscono in maniera diversa dinanzi alla madre in coma profondo.

Accanto alla disgrazia viene raccontata anche l’esuberanza giovanile e tutti i problemi dei quattro figli che vivono la loro età e le loro problematiche.

La sceneggiatura è stata difficile da inquadrare ed ha proceduto attraverso troppi flashback, tra l’altro estremamente veloci, soprattutto all’inizio. Ne hanno compromesso la comprensione immediata. Il telespettatore non aveva neppure il tempo di assuefarsi al passato che già si vedeva proiettato nel presente.

Rapidità di immagini, di contenuti e di situazioni si sono alternate senza un lasso temporale che potesse definirle in maniera univoca.

Buongiorno mamma ascolti

Ulteriori considerazioni

La colonna sonora tra l’altro è sottolineata da una musica molto triste e spesso monotona. E contribuisce a dar luogo ad una serie di tempi morti e di lungaggini, incrementati ancora di più da uno scorrere estremamente ritmato e rallentato degli eventi.

La pretesa della serie è di voler coniugare troppi ingredienti. Alla malattia ed alle tematiche giovanili, si unisce anche la linea mystery. A rappresentarla è soprattutto l’infermiera Agata, apparsa misteriosamente nella vita della famiglia Borghi. Intorno alla nuova venuta si sta delineando il solito mix di suspense e thriller che rimanda comunque ad una sorta di soap opera in stile moderno.

Solo sufficiente la prova di recitazione di Raoul Bova. Ovviamente, molto poco può dirsi di Maria Chiara Giannetta. Mentre i quattro figli e i personaggi più anziani, sembrano vivere staccati l’uno dall’altro senza aver mai raggiunto la coralità interpretativa che è alla base della riuscita di ogni racconto televisivo.


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La Compagnia del Cigno 2 recensione della serie con Alessio Boni e Anna Valle

Analisi e riflessioni critiche sulla serie tv interpretata nel ruolo dei protagonisti da Anna Valle e Alessio Boni.
Marida Caterini

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La Compagnia del Cigno 2 recensione
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Rai 1 sta trasmettendo La Compagnia del Cigno 2 di cui vi proponiamo la recensione. La serie è interpretata tra gli altri, da Alessio Boni nel ruolo del maestro Luca Marioni e da Anna Valle che si cala nel ruolo di Irene Valeri. Ci sono poi i sette giovani studenti che, adesso stanno per diventare adulti e devono affrontare i problemi della loro esistenza quotidiana.

La Compagnia del Cigno 2 critica

La Compagnia del Cigno 2 recensione

Ideata da Ivan Controneo che ne ha curato la sceneggiatura con Monica Rametta, la seconda stagione della serie pone l’accento in particolare sull’amicizia dei sette studenti. Allievi del conservatorio che adesso hanno raggiunto la maggiore età ma si portano dietro ancora i complessi dell’età adolescenziale.

Sono in una fase di transizione umana e artistica nel corso della quale non riescono a discernere i vari aspetti della loro personalità. Sette storie differenti di vita vissuta e di sacrifici per portare avanti il sogno di diventare musicisti. Setti differenti modi di approccio alle tematiche dell’età giovanile nelle quali Cotroneo è un grande esperto. Il telespettatore under 20 tende a riconoscersi nelle problematiche studentesche, nei primi amori, nelle delusioni, nella malinconia, ma anche nell’euforia che Cotroneo ha dipinto molto bene in ognuno dei sette protagonisti.

Ad inquinare questa atmosfera che, solo apparentemente sembra idilliaca, appare, nella seconda stagione l’elemento di disturbo rappresentato dal direttore e maestro d’orchestra Teomar Kayà. E’ questo il personaggio chiave destinato a modificare l’andamento della sceneggiatura ed a cambiare radicalmente il corso degli eventi. Ed è qui che la serie cade nel patetico e, in qualche modo, nella soap opera. Il nuovo venuto è l’intruso che porta con se rabbia, rancore e vendetta provenienti da un passato che non è stato mai dimenticato. E si riaffaccia dopo 25 anni con tutta la forza di una vendetta tanto attesa.

Il nuovo maestro è il male che attacca il bene e lo inquina. Mandando a rotoli ogni buona intenzione della serie.

La Compagnia del Cigno 2 ascolti

Analisi dei personaggi

Certo, la sceneggiatura vuole puntare, per quanto riguarda i personaggi, soprattutto gli studenti, sul concetto dell’amicizia, una sorta di “Uno per tutti, Tutti per uno” che si concretizza in varie situazioni. Ma non tutte sono credibili. Alcune appaiono troppo spettacolarizzate solo per fini di audience e per catturare il telespettatore.

Al centro della serie c’è la musica colta e questo è sicuramente un pregio del racconto. C’è un percorso artistico che viene ben delineato nelle sue linee essenziali. Ma c’è anche troppa approssimazione nella schematicità delle tante vicende raccontate.

Alessio Boni, il Bastardo maestro Luca Marioni, riesce meno credibile rispetto al passato. Forse la serie poteva concludersi con la prima stagione. La seconda già appare una forzatura per la necessità di pescare nel torbido dei sentimenti umani a fini spettacolari.

Anna Valle non cambia. Cambiano le fiction da lei interpretate, ma resta rinchiusa nel suo schema di immobilismo recitativo. Molti i personaggi di contorno ad ognuno dei quali è affidato il ruolo di rendere al meglio la coralità recitativa. Sono i giovani protagonisti ad aver contribuito maggiormente al tentativo, non sempre riuscito.


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La fuggitiva recensione della serie tv con Vittoria Puccini

Analisi e riflessioni critiche sulla serie tv interpretata nel ruolo della protagonista Arianna, da Vittoria Puccini.
Marida Caterini

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La fuggitiva recensione
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Rai 1 sta mandando in onda La fuggitiva serie tv di cui vi proponiamo la recensione. La fiction è interpretata da Vittoria Puccini nel ruolo della protagonista Arianna Comano accusata ingiustamente di aver ucciso il marito, assessore all’urbanistica di un piccolo centro nei pressi di Torino.

La fuggitiva critica

La fuggitiva recensione della serie tv

La fuggitiva è un prodotto che vuole coniugare atmosfere drammatiche e thriller ma con la pretesa di essere una serie d’azione. Misteri, segreti, un passato tragico alle spalle dei protagonisti, mai totalmente elaborato e superato, sono alcuni degli elementi caratteristici della serie.

La prima puntata inizia con flash back che si susseguono ininterrottamente fino alla conclusione. Sono sprazzi della vita della protagonista rapita in tenera età dopo che i genitori erano stati uccisi in seguito ad una rapina. Vi si aggiungano sullo sfondo le atmosfere del conflitto bosniaco e l’addestramento, forse più che militare, a cui la protagonista è stata sottoposta per sopravvivere.

Insomma una vita, quella di Arianna, piena di drammi come solo una serie tv può ricreare. Drammi che ricominciano quando viene accusata dell’omicidio del marito. La sceneggiatura tenta di imprimere allo scorrere degli eventi un ritmo estremamente veloce, più che ansiogeno. Costringendo il telespettatore a non avere un minimo di sosta tra una fuga e l’altra, tra un appostamento ed una aggressione. Ma il tentativo non è riuscito.

Non mancano anche le ingenuità nella costruzione di una trama che, per la maggior parte, si svolge on the road con una dovizia di esterni tra Torino e località limitrofe. Sono, infatti gli esterni urbanistici ad essere sempre in primo piano, fotografati con cura. La pulizia della fotografia, fa troppo spesso da contraltare agli sporchi affari che stanno dietro la morte del marito della protagonista. E ad una vicenda che, più va avanti, più mostra lati oscuri, intrighi, ossessioni mai superate, non solo dalla protagonista. Insomma un guazzabuglio infernale.

In questa mescolanza di ingredienti riesce difficile dare credibilità ad una storia che sembra essere stata costruita, sia pur con le dovute differenze, sul film cult Il fuggitivo con Harrison Ford. Una copia mal riuscita, talvolta anche maldestra nella gestione.

La fuggitiva ascolti

Analisi dei personaggi

Vittoria Puccini non ha ancora lasciato alle spalle la sua Elisa di Rivombrosa nella staticità delle espressioni. Sono trascorsi anni dal personaggio da soap. Ma, ad uno sguardo attento, la credibilità della recitazione resta la medesima. Per tutta la durata del film è una fuggitiva incompresa che spesso non riesce ad esprimere i suoi sentimenti ed a comunicarli al pubblico perché ingabbiata in un limitato schema recitativo. Naturalmente la sceneggiatura procede, soprattutto nei suoi confronti, in maniera fin troppo lineare. Alla fine, si sa, la sua innocenza verrà dimostrata con la scoperta di una rete di loschi affari. Una rete che ha già seminato, fin dall’inizio, molti cadaveri.

Medesima scarsa credibilità per Pina Turco, l’agente Michela che nasconde a sua volta un passato poco chiaro.

Infine: neanche ai cattivi riesce dimostrare fino in fondo la propria malvagità. E il pubblico si accorge che poco o nulla riesce convincente all’interno della serie.


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