177 giorni – Il rapimento di Farouk arriva su Rai 1 dal 16 novembre 2026, con tre puntate disponibili anche su RaiPlay. La serie, diretta da Carlo Carlei, è stata presentata alla Festa del Cinema di Roma alla presenza del protagonista della vicenda, Farouk Kassam, e degli interpreti Marco Bocci e Antonia Desplat.
La fiction ricostruisce uno dei sequestri di persona che maggiormente sconvolsero l’opinione pubblica italiana. Era il 15 gennaio 1992 quando Farouk Kassam, un bambino di appena sette anni, venne rapito in Costa Smeralda, in Sardegna, da un gruppo di banditi. La sua prigionia durò 177 giorni, fino alla liberazione avvenuta l’11 luglio dello stesso anno.
Un caso che tenne l’Italia con il fiato sospeso, mettendo a dura prova anche le istituzioni. La serie, realizzata da Rai Fiction e Bim Produzione di Riccardo Russo, affronta la vicenda privilegiando la dimensione umana e familiare, senza trascurare il lavoro degli investigatori e le contraddizioni di un periodo storico nel quale i sequestri rappresentavano una grave emergenza nazionale.
177 giorni – Il rapimento di Farouk, la testimonianza di Farouk Kassam
Il momento più significativo della presentazione è stato l’intervento di Farouk Kassam, oggi quarantaduenne, che ha partecipato personalmente alla realizzazione della fiction.
Tornare su un’esperienza tanto dolorosa ha significato confrontarsi nuovamente con un trauma che, nonostante il passare degli anni, continua a lasciare conseguenze.
«Ho dovuto affrontare il mio trauma infantile con la forza ed il coraggio che non mi hanno mai abbandonato dopo il rapimento», ha dichiarato.
Farouk ha spiegato che elaborare un sequestro subito durante l’infanzia è un percorso particolarmente complesso. La decisione di collaborare al progetto televisivo nasce anche dalla speranza che il racconto possa aiutarlo a superare le paure ancora presenti.
«È difficile elaborare un sequestro e spero che questa serie, fortemente voluta da Rai 1 e dal regista Carlo Carlei, mi aiuti a superare le paure residue», ha aggiunto.
Parole che spostano l’attenzione dalla spettacolarizzazione del fatto di cronaca alle conseguenze psicologiche che un’esperienza del genere può provocare nella vita di una persona.
La vicenda del piccolo Farouk non si è conclusa soltanto con la sua liberazione. Per il protagonista, infatti, è proseguita negli anni attraverso un difficile lavoro di elaborazione e di ricostruzione della propria serenità.
La fiction di Rai 1 tratta dal libro Mio figlio Farouk, anatomia di un sequestro
La serie si ispira al libro Mio figlio Farouk, anatomia di un sequestro, scritto da Fateh Kassam, padre del bambino e interpretato nella ricostruzione televisiva da Marco Bocci.
Lo stesso Farouk ha chiarito di aver contribuito alla preparazione delle tre puntate, mettendo a disposizione della produzione la propria esperienza e i ricordi della famiglia.
«Anch’io sono stato coinvolto nella realizzazione delle tre puntate», ha spiegato, sottolineando la delicatezza di un lavoro che doveva rispettare gli avvenimenti realmente accaduti.
L’obiettivo era restituire con precisione il clima degli anni Novanta, quando i sequestri di persona costituivano una delle piaghe più drammatiche del Paese.
Kassam ha poi allargato la riflessione al presente. Pur riconoscendo quanto la società sia cambiata rispetto a quel periodo, ha ricordato che l’infanzia continua a essere violata attraverso forme differenti di sopraffazione.
Una considerazione che attribuisce al racconto televisivo un significato più ampio della semplice ricostruzione storica.
Oggi Farouk Kassam prosegue l’attività imprenditoriale della famiglia nel settore alberghiero, dividendosi tra Roma, Dubai e la Sardegna.
Filippo Papa interpreta Farouk bambino nella serie di Carlo Carlei
A interpretare il piccolo Farouk è Filippo Papa, chiamato a rappresentare sullo schermo la paura, lo smarrimento e la solitudine di un bambino costretto a vivere un’esperienza traumatica.
La sua interpretazione ha ricevuto l’apprezzamento dello stesso Farouk Kassam, che durante la conferenza stampa ha voluto complimentarsi con il giovane attore.
«È stato molto bravo nell’impersonarmi», ha dichiarato.
Un riconoscimento significativo, soprattutto considerando la difficoltà di raccontare una vicenda realmente accaduta, della quale il protagonista conserva ricordi personali profondamente dolorosi.
La presenza di Kassam durante la lavorazione ha rappresentato un importante punto di riferimento per la produzione, impegnata a ricostruire non soltanto gli avvenimenti, ma anche le emozioni e le relazioni familiari.
Marco Bocci è Fateh Kassam: «Mi sono avvicinato al personaggio con grande rispetto»
Marco Bocci interpreta Fateh Kassam, il padre di Farouk, protagonista di una lunga e angosciante attesa durante i mesi del sequestro.
L’attore ha spiegato di aver affrontato il ruolo con particolare attenzione, evitando di sottoporre i familiari a domande che avrebbero potuto riaprire ricordi dolorosi.
«Mi sono avvicinato con grande rispetto al personaggio di Fateh ed alla famiglia Farouk», ha raccontato.
Bocci ha preferito lasciare che fossero i parenti a decidere quali episodi condividere, ascoltando soprattutto quei piccoli dettagli della vita quotidiana che gli hanno permesso di comprendere meglio la personalità dell’uomo che avrebbe interpretato.
«Non ho mai fatto domande, ho atteso che fossero i parenti a parlare ed a rivelare anche quei piccoli dettagli di vita quotidiana che mi hanno aiutato a calarmi in Fateh», ha precisato.
Un metodo condiviso anche da Antonia Desplat, che nella fiction interpreta Marion Bleriot, la madre francese di Farouk.
Entrambi gli interpreti hanno quindi privilegiato un approccio rispettoso, cercando di restituire la sofferenza dei genitori senza ricorrere a eccessi drammatici.
Marco Bocci ricorda il rapimento di Farouk: «Non ho dimenticato quel giorno»
Per Marco Bocci, la vicenda di Farouk Kassam appartiene anche ai ricordi personali.
L’attore ha raccontato di avere ancora impressa nella memoria la giornata del gennaio 1992 in cui si diffuse la notizia del sequestro.
«Io ricordo perfettamente quel giorno di gennaio quando si diffuse la notizia del rapimento di Farouk, ricordo l’angolo della cucina dove mi trovavo e l’angoscia che si impossessò di me», ha dichiarato.
Un ricordo rimasto vivo a distanza di oltre trent’anni e che ha contribuito alla decisione di accettare immediatamente il ruolo.
Bocci ha inoltre sottolineato di aver condiviso fin dall’inizio l’impostazione narrativa scelta da Carlo Carlei.
«L’approccio del regista Carlei, da me condiviso, è di raccontare il dramma del rapimento dal punto di vista della famiglia e delle indagini», ha spiegato.
La fiction, dunque, non si concentra esclusivamente sulla prigionia del bambino, ma approfondisce anche le conseguenze del sequestro sui genitori e sulle persone coinvolte nelle ricerche.
Una scelta che permette di ricostruire la vicenda attraverso prospettive differenti, mantenendo al centro la sofferenza di una famiglia improvvisamente privata del proprio figlio.
Carlo Carlei: «Il caso Farouk pone ancora interrogativi sul diritto di cronaca»
Durante la conferenza stampa, il regista Carlo Carlei ha affrontato anche il rapporto tra informazione e vicende giudiziarie.
Il sequestro di Farouk Kassam ebbe un’enorme risonanza mediatica. Per mesi giornali e televisioni seguirono gli sviluppi delle indagini, alimentando l’attenzione di un Paese intero.
Secondo Carlei, tuttavia, non sempre la vicenda venne raccontata con la sensibilità necessaria.
«Il sequestro del piccolo Farouk è una vicenda complessa, non sempre trattata adeguatamente dai media dell’epoca», ha osservato.
Da questa considerazione nasce uno degli interrogativi centrali della serie: fino a che punto può spingersi il diritto di cronaca quando sono coinvolti un bambino e una famiglia che sta vivendo un dramma?
Una domanda che il regista considera particolarmente attuale, soprattutto in un’epoca nella quale la diffusione delle notizie è diventata immediata e la vita privata delle persone coinvolte nei fatti di cronaca rischia di essere esposta senza adeguate tutele.
La fiction intende quindi sollecitare anche una riflessione sulla responsabilità dei mezzi di informazione e sul confine tra il diritto del pubblico a essere informato e la necessità di proteggere le vittime.
177 giorni – Il rapimento di Farouk, il finale e la scelta narrativa di Carlo Carlei
Un altro elemento affrontato dal regista riguarda il finale della serie, costruito per rispettare la complessità della vicenda e lasciare spazio alla riflessione.
«L’ambiguità del finale è stata la nostra più grande sfida vinta in pieno», ha dichiarato Carlei.
Il regista ha spiegato che la produzione ha dedicato particolare attenzione alla ricostruzione degli ambienti e dei dettagli dell’epoca, cercando di evitare incongruenze che avrebbero potuto compromettere la credibilità del racconto.
«Abbiamo prestato molta attenzione ai dettagli dell’epoca perché il nostro obiettivo non è confondere i telespettatori, ma renderli partecipi di scenari lasciati ancora aperti», ha concluso.
L’intenzione, dunque, non è proporre una soluzione narrativa artificiosa, ma accompagnare il pubblico all’interno di una storia che, pur essendosi conclusa con la liberazione del bambino, conserva aspetti complessi e interrogativi.
Il finale non deve essere interpretato come una modifica degli avvenimenti storici, bensì come una scelta di racconto che punta a coinvolgere lo spettatore nella riflessione sulle conseguenze del sequestro.
177 giorni – Il rapimento di Farouk, quando va in onda su Rai 1 e RaiPlay
177 giorni – Il rapimento di Farouk è articolata in tre puntate, trasmesse su Rai 1 a partire da lunedì 16 novembre 2026 e disponibili anche in streaming su RaiPlay.
La produzione è firmata Rai Fiction e Bim Produzione di Riccardo Russo, con la regia di Carlo Carlei.
Nel cast principale figurano Marco Bocci, nel ruolo di Fateh Kassam, Antonia Desplat, interprete di Marion Bleriot, e Filippo Papa, che presta il volto al piccolo Farouk.
La serie si propone di ricostruire una delle vicende più dolorose della cronaca italiana degli anni Novanta, senza limitarsi agli aspetti investigativi.
Al centro rimangono soprattutto la sofferenza dei genitori, la lunga prigionia del bambino e le conseguenze psicologiche di un trauma che non si cancella con il passare del tempo.
La partecipazione diretta di Farouk Kassam conferisce al progetto un significato particolare: quello di un uomo che, dopo oltre trent’anni, ha scelto di tornare sulla propria storia per raccontarla a una nuova generazione.

